L'agonia dell'essere in Gottfried Benn di Massimo Piermarini
|
Torna al Sommario |
Quanto durerà la nostra agonia? Quanto saremo capaci di gettare lo sguardo nel vuoto che genera Orrore? Queste sono le domande dell’Espressionismo tedesco, di Benn, di Trakl.
“Es Gibt nur zwei Dinge: die Leere
Und das gezeichnete Ich”
“Esistono solamente due cose: il Vuoto
e l’Io segnato [dal dolore]
Per quanto vogliamo essere cinici (e Benn lo è stato molto, nella vita e nell’opera) il gelo del nostro sentimento di cinismo nei confronti della realtà non potrà mai sormontare, né tantomeno eliminare l’orrore.
Siamo così sballottati tra il gelo del cinismo e l’orrore del gelo. La precisione dello sguardo impietoso e impassibile sulla carne purulenta e marcescente dei cadaveri di “Morgue” (1912) si rovescia sempre in disperazione. Rivendicando a se stesso la qualifica di “ intellettualista” Benn scrive “Intellettualismo è la fredda contemplazione della terra: con calore essa è stata osservata abbastanza a lungo, con idilli e ingenuità, senza risultato” (Doppia vita, 1950, trad. ital. Guanda 1994, p. 53).
Il cinismo è la moneta spicciola del tesoro nichilista, il cui nucleo centrale è, sconfitti od eclissatisi tutti valori, compiutesi tutte le catastrofi, la volontà.
La volontà è, innanzitutto, secondo l’impostazione nietzscheana che Benn sceglie, creatrice di forma, cioè gli riesce di “servire la forma e votarsi all’espressione”.
La volontà, grazie alla forma e all’espressione genera un potenziamento della vita, una stretta unione tra forma poetica e potenza:
“La coltura, l’intromissione della coscienza, l’interpolazione dello spirito nel processo naturale rafforzano dunque l’asse ereditario, rendono robusta la specie, instaurano una condizione biologicamente positiva” (op. cit. p. 44)
“[…] il concetto, non fu mai un lubrificante innocuo, una chiacchiera da caffè, un cemento capitalista fatto per incollare insieme due affari marci; separò piuttosto il mondo dal caos, spinse la natura in un angolo, abbattè gli animali e salvò la specie” (p. 46 op. cit.)
Nessuna visione ovattata della realtà, quella – scrive ironicamente Benn, per la quale l’evoluzione della specie umana sarebbe avvenuta “al suono di canti mariani, mentre il suo atto di creazione dovette compiersi dolcemente al riparo dei vetri smerigliati” avrebbe potuto vincere il caos,la forza smisurata della specie attraverso al “formulazione più diretta” e la locuzione più tesa, cioè la massima oggettivazione della forma intesa come limitazione:
“L’espressione più facilmente accessibile deve essere conquistata e mantenuta con un rigore che divide e separa tutto nel modo più radicale; ma si deve sapere se si è vocati a nuove formulazioni” (p.47).
Il principio della forma, del rigore formale come capacità della volontà di separare e dividere “nel modo più radicale” la materia del suo operare è la lezione di Stefan George e del suo "circolo"che Benn riceve e fa propria in direzione nichilistica :
“…non esiste alcuna realtà, esiste la coscienza umana, che incessantemente plasma mondi a partire dal materiale che ha a disposizione, li elabora, li conquista, li impronta spiritualmente”(p. 53).
Strofi e ritmo della poesia, assolutezza della forma come vincitrice del caos: tutto questo è possibile soltanto grazie alle catastrofi. Di più: è fondato sulle catastrofi. Questo assunto diventa in Benn un principio programmatico, il principio di una nuova estetica della forma, cioè di una poetica che tenta, perseguendo con coerenza il suo fine, di trovare un coronamento metafisico e di realizzare una “missione” antropologica.
“Il fenomeno, il singolo accadimento, l’oggetto sensibile non hanno alcun valore; solo l’espressione ha valore, e la ricerca di stile, generatrice di leggi” (p. 52 op. cit.).
Nell’elaborazione della materia, plasmata dalla coscienza umana esistono livelli, alla sommità dei quali troviamo le immagini rarefatte delle astrazioni, le formule dell’arte, che combattono il caos e vincono l’abisso.
Attraverso il pensiero oggettivo “passa la catena delle razze e dei popoli, esso è la catena e orienta il corso – si opporrà all’abisso e lo supererà” (p. 54, cit.).
Se le strofe non sono altro che distillazioni, lavoro di cesellatura, formazioni altamente spirituali che si fondano sulle catastrofi, la vita è un’agonia ininterrotta.
Un arte minimamente salvifica (la catastrofe e il vuoto generano orrore, la forma si consuma in una breve catarsi) ma mai rovesciata in segno positivo, mai feconda (Pallade “esile figura di dea senza prole” e segno della “legge della freddezza”), che resta una parentesi nella progressione dell’agonia. Una pausa transitoria nella lotta mortale tra lo spirito e la vita che si colloca nella terra di nessuno del “mondo dell’espressione” intermedio tra la violenza caotica della storia e la religione del nichilismo.
L’attesa di forma, l’esigenza di forma appartiene alla vita, alla massa stessa dei conflitti che la caratterizzano? L’ultimo Benn sembra pensarlo e il nichilismo acquista in lui una coloritura se non una struttura dialettica: la vita vuole più che vita, vuole sollevarsi ed ergersi al di sopra di sé, esige cioè la forma. Questa è una sua legge immanente. L’espressione artistica trasferisce il principio della forma dal campo dell’estetica a quello, cosmico, della storia e dell’uomo.
Si tratta di una visione sconsolata, senza illusioni, ma ancora impregnata di religiosa attesa nel principio dell’arte.
Nella poesia “In ogni ora” è possibile rintracciare i segni di tale impostazione. Certo, l’abisso divora e continuerà a farlo, nell’immensità del tempo (del tempo storico come del tempo “speciale” dell’Io, ormai lacerato e frammentato, ma si può parlare ancora di “fedeltà” e di “visione dell’azzurro”(cioè di poesia), come di valori positivi.
L’apertura è di cupa, cinica, anatomia del presente:
“In ogni ora
in ogni parola
continua sanguina
la ferita della creazione”
la “ferita”, l’agonia esistenziale degli umani, sembra occupare tutta la scena, dura, imperiosa; ma si può vedere oltre, gettare lo sguardo nell’azzurro e cogliervi una “fedeltà”, e l’arte (scambio, danza, luce di saga) conforta perché inebria, rende possibile l’accesso al “flutto ebbro” dell’Io, lo stato dionisiaco del poeta. Insomma la ferita della creazione (subito svelata come un ciclo del divenire che ritorna, nietzscheanamente) che sanguina ognora trova una compensazione momentanea facendosi ritmo (scambio, danza) e poesia (luce che inebria)
lo sguardo nell’azzurro,
una vista lontana:
questa è la fedeltà
di più non c’è […]
uno scambio, una danza,
una luce di saga,
un silenzio che inebria,
di più non c’è *
*(Gottfried Benn, Trunkene Flut (Flutto ebbro), trad. A. M. Carpi, Guanda, Parma, 1989, p. 154-157)