L’esperienza del nichilismo

di Massimo Piermarini

 

 

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L’esperienza del nichilismo, non dunque il nichilismo come concetto filosofico, come l’ennesimo contagio della malattia degli “ismi” che impazza per l’Occidente da millenni, ha indubbiamente a che fare con la morte.

La Morte - si dice -  è il Nulla per eccellenza, la Grande falciatrice.

Ma l’esperienza del nichilismo ha un suo momento preparatorio, un introibo, una premessa: il sentimento dello svuotamento, della perdita di senso.

Se il nichilismo è la conquista del limite di ogni limitazione, se è una religione del Grenze, un parossismo estetico che tende all’estremo, misurando il limite non per adeguarvisi ma per ignorarlo, è certo che non si varca il segno (Zeichen) cui resta attaccata la nostra personalità senza produrre in noi un taglio profondo, la rescissione delle Radici. Si tratta di perdere senza contropartita, senza speranza, senza un giorno di luce.

 L’alleggerimento si presenta come svuotamento dell’anima, una perdita enorme, unica, irreparabile della nostra sostanzialità, della nostra massa o coefficiente di personalità sacrificata sull’altare di una coscienza obliqua e fluttuante, doppia in ogni gesto, leggera più della leggerezza.

Il Nichilismo esige un alleggerimento del ”dato” ontologico, il coraggio di spingersi sino a sfiorare il Nulla.

Pronunciare il Nulla significa infatti che siamo ancora “al di qua” del limite (Grenze) del Muro che nessuno può abbattere, che è il segno del Vuoto.

Gli scarti, le svolte del nichilismo eroico sono simili ai “superamenti” del progressismo, ma senza attese, mute di promesse.

La domanda esistenziale dice: come ci si svuota, involandosi verso un orizzonte indefinito, aperto come una ferita che versa materia vitale in lento processo agonico?

Noi siamo abituati ad associare lo svuotamento all’emersione, all’ascesa. Troviamo una risposta rassicurante per ogni domanda problematica. Anestetizziamo i nostri dubbi con parole leggere, in ascesa, dai toni consolatori, edificanti, parenetici.

Ma lo svuotamento esige prima di tutto un’operazione di inabissamento nelle viscere del nostro Io, il “tardo Io”, nella febbre dell’anima che muove la carne del mondo.

Ci scopriamo così “fuori della nostra portata”, fuori obiettivo. Ci sfugge proprio la radice, la “ratio” delle nostre azioni e finiamo per farci violenza, per indurirci.

Diventiamo severi con noi stessi, diventiamo nichilisti.

Ci sorprendiamo ad aggredirci proprio nel momento in cui sprofondiamo nelle nostre regioni interiori. Mai fu compiuta violenza maggiore che a se stessi.

La sconfitta di questa lotta con il nostro Io è, in bilancio consuntivo, una vittoria per l’esperienza del nichilismo.

Ora avvertiamo il Nulla come sfondo continuo e compatto dell’esistenza.

Certi almeno di questo, di non essere e non consistere, assistiamo alle azioni che compiamo come alle operazioni di un automa.

Soltanto chi è certo di non essere e non consistere sfida il tempo e cancella, con un colpo d’occhio, le fantasmagorie delle sue illusioni.

Non parliamo più in nome di un’azione storica che promette durata e pesantezza ontologica.       

 

Ancora una volta

 

Ancora una volta piangere – e morire

Con te: il senso oscuro

D’amore e perdizione

Verso gli dèi ignoti

 

Tu non lo puoi evitare,

tu ce l’hai sempre accanto:

ciò che non è mare e fiore

è soltanto tormento.

 

Sprofondare ed emergere,

scorgere e dimenticare,

gli ultimi flutti dànno,

gli ultimi ardori mietono.

 

Tessere senza trama,

orlare senza senso –

le lacrime e la cenere

verso gli dèi ignoti.

 

 (G. Benn, “Noch Einmal” (Ancora una volta), in Flutto ebbro).