Lettera manifesto

(pubblicata su «Il Ponte», febbraio 2001)


Siamo un gruppo di docenti della scuola statale italiana, uniti da una caratteristica comune: lo studio ininterrotto, l'attività di scrittura e ricerca nei diversi campi delle lettere, della filosofia, delle scienze. Vogliamo rompere un certo silenzio degli intellettuali in tema di scuola e intervenire nel dibattito originato dagli avvenimenti in corso e dalle passate dichiarazioni del  ministro De Mauro per rivolgerci al ministro e ai docenti italiani, in primo luogo a quelli che, come noi, scrivono e fanno ricerca. La nostra esperienza di docenti, prim'ancora delle indagini scientifiche i cui risultati sono periodicamente riportati dalla stampa, ci dice che la scuola italiana è in una situazione di tale gravità da pregiudicare seriamente il futuro delle nuove generazioni e del Paese. Riteniamo sia un nostro dovere denunciare come l'operato del governo non consenta di migliorare la scuola ma rischi, viceversa, di aggravarne il disastro, a causa di numerosi motivi di scadimento qualitativo tra cui: pregiudizi ideologici e scelta di interlocutori sbagliati; incapacità di valorizzare le risorse esistenti o volontà di valorizzare nella direzione sbagliata; illusione di una crescita qualitativa attraverso il controllo gerarchico di "quadri" tecnocratici; subordinazione, esclusiva, al mercato di una scuola che, invece, è anche luogo della formazione del cittadino e dell'individuo;  incapacità di correggere positivamente l' odierna deriva antropologica di una società che svaluta la la cultura, la scuola  e i docenti.
Piero Calamandrei, uno dei padri della Repubblica, definiva la scuola "un organo "costituzionale"" e diceva che da esso "parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi" della democrazia. Concordiamo con tale definizione e con l'idea, che egli vi collegava, di un avanzamento sociale collegato al merito individuale. Il progresso di tutti sotto la guida (non il potere) dei migliori, la circolarità virtuosa in grado di migliorare una scuola che coltivi non solo competenze di lavoratori ma anche intelligenze di cittadini e personalità di individui nutriti di emozioni e passioni morali, intellettuali e civili, dev'essere l'obiettivo di una navigazione politica, sulla rotta di una "terza via" tra merito e consenso, che eviti la Scilla della confusa demagogia dell'egualitarismo al ribasso, e la Cariddi dell'oligarchia meritocratica, funzionale al dirigismo centralistico.
Siamo contro lo pseudoegualitarismo postsessantottesco e il suo mito, nominalistico, della non-selezione, che ha solo nascosto e perpetuato la "selezione per privilegio" (come la definiva anche Lucio Lombardo Radice) anziché per merito; ovverosia una disparità di casta che  penalizza i più poveri (anche nella scuola che a loro non offre più nulla, mentre i più ricchi possono scegliere le scuole più qualificate). Siamo contro la demagogia del "tutti promossi" (in scrutini a mo' di quelli raccontati da Starnone) che è una delle più lapalissiane, ma meno considerate, cause del progressivo abbassamento dei livelli di preparazione e di una maturità "ai limiti della truffa" (e talora oltre), come dichiarava anche Tullio De Mauro ("La Repubblica" 9.3.1999). Siamo, dunque, per la valutazione del merito di tutti: alunni e professori. Siamo, però, anche contro quei criteri (già adottati dal ministro Berlinguer e non si sa se riproposti da De Mauro) che mirano a selezionare non tanto i docenti migliori quanto gli aspiranti tecnocrati legati a un potere burosindacalpedagogico che si ammanta (ma con crescente difficoltà) dell'impostura di un linguaggio "didattichese": potere di pedanti e di fanatici che paiono usciti dalle pagine di Bruno, Molière , Gogol o Brancati.
I docenti italiani sono tutti sottovalutati, nel ruolo che svolgono, e sottopagati. I docenti italiani non sono i principali responsabili della catastrofe della scuola italiana, anche se così spesso li si presenta per sottacere le responsabilità politiche (e prim'ancora sociali); difendiamo, perciò, la categoria dalle accuse pretestuose (non certo da tutte), ma denunciamo, al contempo, la mancanza di differenziazioni retributive o di carriera (da realizzare in un contesto che garantisca a tutti uno stipendio più che dignitoso) che incentivino i migliori.
La differenziazione di retribuzioni e carriere è anche un obiettivo dichiarato del governo che, tuttavia, intende premiare i docenti migliori dal punto di vista organizzativo, gestionale, della scuola-azienda. I docenti migliori, secondo noi, sono altri: quelli che intrattengono con i propri saperi un rapporto tale che - a dispetto di tutto il contesto negativo - riescono a mantenere vivo il "fuoco" di una passione intellettuale da trasmettere agli alunni. Insegnare non consiste - diceva Montaigne - nel riempire un vaso, ma nell'accendere un fuoco. Calamandrei, che pure difendeva la scuola pubblica, scriveva di temere un pericolo maggiore della scuola di tipo confessionale: "Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni". Uomini di tale fatta costituiscono, oggi, la palude dei docenti italiani: coloro che intrattengono con la scuola, con gli studenti, con le materie che insegnano, un rapporto che equivale a quello di un impiegato con una pratica burocratica. Le ragioni di tale rapporto sono molteplici e comprendono, tra l'altro, decenni di svalorizzazione della professione docente e una sindrome di Stoccolma che rende i docenti psicologicamente e culturalmente affini al totalitarismo burocratico che li tiene in ostaggio. Se alcune delle recenti dichiarazioni e iniziative del ministro De Mauro sembrano prefigurare qualche possibile e interessante novità (vedi il seminario sulla professionalità docente del 27/9/2000 e le osservazioni in merito di Gian Paolo Prandstraller su «Italia oggi» del 13/10/2000), altre, viceversa, paiono tese a perpetuare non poche delle ragioni di crisi della scuola italiana.
La scuola italiana rischia di crollare su se stessa come uno dei tanti edifici di cui hanno riferito le cronache: un palazzo di cui ci si preoccupa di ripulire e ammodernare la facciata, abbellire i balconi, rabberciare il tetto, migliorare la gestione condominiale, mentre avrebbe bisogno, invece,  di iniezioni di cemento alle fondamenta, che non reggono più. Le fondamenta sono, fuor di metafora,  i fondamenti del sapere, la cultura. Dall'estremo di contenuti senza metodo (la didattica) siamo passati all'estremo opposto di un metodo senza più contenuti e sostanza (come dimostrano, tra l'altro, alcune proposte in merito alla scomparsa delle materie d'insegnamento e alla formazione dei nuovi docenti); occorre, invece, far rivivere la cultura e le sue ragioni prima di pensare ai modi di trasmissione, all'aggiornamento, a una gestione efficiente. Non si può aggiornare e gestire efficientemente il nulla.
Nella scuola esistono centinaia, migliaia, di docenti che con la cultura e la ricerca intrattengono un rapporto non burocratico ma ricco di passione e dedizione. Ci sono, assieme a noi, molti altri scrittori, critici, ricercatori in campo scientifico, docenti che, a prezzo di sacrifici non riconosciuti,  redigono riviste o vi scrivono, pubblicano ricerche, saggi, monografie, collaborano con l'università, istituzioni culturali e scientifiche. Se si vuole evitarne la fuga dalla scuola o il disimpegno, si deve garantirne la valorizzazione, riconoscendo così, al contempo, la reale ed effettiva base culturale della scuola e invertendo la rotta rispetto alle vacue sperimentazioni del nulla ammantate di retorica "didattichese".
Esistono alcune strade percorribili nella situazione esistente: individuare "funzioni obiettivo" legate alla qualità culturale piuttosto che a una visione da management aziendale; attribuire, tra i titoli di merito di cui parla De Mauro, un peso specifico notevole a un curriculum scientifico-culturale non esclusivamente pedagogico-didattico. Molte altre, tuttavia, sono le possibili strade: collegamento delle scuole all'università, semiesoneri e permessi di ricerca, incarichi nella formazione iniziale e nell'aggiornamento ecc.
Gli studiosi e ricercatori, gli intellettuali, che insegnano (e, più in generale, i docenti che riversano la loro passione intellettuale, anche esclusivamente, nell'insegnamento e rivendicano, perciò, un ruolo di intellettuali e non una mansione meramente esecutiva) costituiscono un'Atlantide che contiene la (vera) ricchezza sommersa della scuola, una ricchezza che vogliamo testimoniare, con la nostra lettera, e iniziare a documentare e a organizzare, con le nostre future iniziative, con l'associazione che molti tra noi firmatari hanno deciso di costituire: UNICUS (Università-Cultura-Scuola). Un'associazione che ha già un proprio sito web  per meglio entrare in contatto con tutti gli altri docenti come noi.
Anche se non rifiutamo a priori il ruolo di "integrati", oggi come oggi, non possiamo sottrarci a quello di "apocalittici" ricordando, conclusivamente, la più fosca delle profezie (che ci piacerebbe smentire) formulate per i giovani ne Il cavaliere e la morte di Sciascia: "li aspettava una scuola senza gioia e senza fantasia, la televisione, il computer, l'automobile da casa a scuola e da scuola a casa, il cibo ricco ma dall'indifferenziato sapore di carta assorbente. […] La memoria era da abolire, la Memoria".

Pietro Milone, Luigi Sedita, Massimo Onofri, Giuseppe Traina, Graziella Pulce, Gabriele Pulli, Dario Generali, Mauro De Zan, Fabio Minazzi,  Edoardo De Carli, Antonella Perelli, Arturo Marcello Allega, Stefania Parenti, Alberto Giovanni Biuso, Stefano De Luca, Licia Ferro, Marco Perugini, Massimo Raffaeli, Gino Ruozzi, Pierino Montini, Marco Spesso, Fulvia Spesso, Gianmarco Gaspari, Paolo Lagazzi, Ledo Stefanini, Vania De Maldé, Piero Comandé, Gabriella Baptist, Giovanni Stelli, MauroZennaro, Angela Martini.

Hanno aderito anche:

Giuseppe Anceschi, Maria Cristina Grandi, Giancarlo Pontiggia
 

 


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