Siamo un gruppo di
docenti della scuola statale italiana, uniti da una caratteristica comune:
lo studio ininterrotto, l'attività di scrittura e ricerca nei diversi
campi delle lettere, della filosofia, delle scienze. Vogliamo rompere un
certo silenzio degli intellettuali in tema di scuola e intervenire nel
dibattito originato dagli avvenimenti in corso e dalle passate dichiarazioni
del ministro De Mauro per rivolgerci al ministro e ai docenti italiani,
in primo luogo a quelli che, come noi, scrivono e fanno ricerca. La nostra
esperienza di docenti, prim'ancora delle indagini scientifiche i cui risultati
sono periodicamente riportati dalla stampa, ci dice che la scuola italiana
è in una situazione di tale gravità da pregiudicare seriamente
il futuro delle nuove generazioni e del Paese. Riteniamo sia un nostro
dovere denunciare come l'operato del governo non consenta di migliorare
la scuola ma rischi, viceversa, di aggravarne il disastro, a causa di numerosi
motivi di scadimento qualitativo tra cui: pregiudizi ideologici e scelta
di interlocutori sbagliati; incapacità di valorizzare le risorse
esistenti o volontà di valorizzare nella direzione sbagliata; illusione
di una crescita qualitativa attraverso il controllo gerarchico di "quadri"
tecnocratici; subordinazione, esclusiva, al mercato di una scuola che,
invece, è anche luogo della formazione del cittadino e dell'individuo;
incapacità di correggere positivamente l' odierna deriva antropologica
di una società che svaluta la la cultura, la scuola e i docenti.
Piero Calamandrei, uno dei padri
della Repubblica, definiva la scuola "un organo "costituzionale"" e diceva
che da esso "parte il sangue che rinnova giornalmente tutti gli altri organi"
della democrazia. Concordiamo con tale definizione e con l'idea, che egli
vi collegava, di un avanzamento sociale collegato al merito individuale.
Il progresso di tutti sotto la guida (non il potere) dei migliori, la circolarità
virtuosa in grado di migliorare una scuola che coltivi non solo competenze
di lavoratori ma anche intelligenze di cittadini e personalità di
individui nutriti di emozioni e passioni morali, intellettuali e civili,
dev'essere l'obiettivo di una navigazione politica, sulla rotta di una
"terza via" tra merito e consenso, che eviti la Scilla della confusa demagogia
dell'egualitarismo al ribasso, e la Cariddi dell'oligarchia meritocratica,
funzionale al dirigismo centralistico.
Siamo contro lo pseudoegualitarismo
postsessantottesco e il suo mito, nominalistico, della non-selezione, che
ha solo nascosto e perpetuato la "selezione per privilegio" (come la definiva
anche Lucio Lombardo Radice) anziché per merito; ovverosia una disparità
di casta che penalizza i più poveri (anche nella scuola che
a loro non offre più nulla, mentre i più ricchi possono scegliere
le scuole più qualificate). Siamo contro la demagogia del "tutti
promossi" (in scrutini a mo' di quelli raccontati da Starnone) che è
una delle più lapalissiane, ma meno considerate, cause del progressivo
abbassamento dei livelli di preparazione e di una maturità "ai limiti
della truffa" (e talora oltre), come dichiarava anche Tullio De Mauro ("La
Repubblica" 9.3.1999). Siamo, dunque, per la valutazione del merito di
tutti: alunni e professori. Siamo, però, anche contro quei criteri
(già adottati dal ministro Berlinguer e non si sa se riproposti
da De Mauro) che mirano a selezionare non tanto i docenti migliori quanto
gli aspiranti tecnocrati legati a un potere burosindacalpedagogico che
si ammanta (ma con crescente difficoltà) dell'impostura di un linguaggio
"didattichese": potere di pedanti e di fanatici che paiono usciti dalle
pagine di Bruno, Molière , Gogol o Brancati.
I docenti italiani sono tutti
sottovalutati, nel ruolo che svolgono, e sottopagati. I docenti italiani
non sono i principali responsabili della catastrofe della scuola italiana,
anche se così spesso li si presenta per sottacere le responsabilità
politiche (e prim'ancora sociali); difendiamo, perciò, la categoria
dalle accuse pretestuose (non certo da tutte), ma denunciamo, al contempo,
la mancanza di differenziazioni retributive o di carriera (da realizzare
in un contesto che garantisca a tutti uno stipendio più che dignitoso)
che incentivino i migliori.
La differenziazione di retribuzioni
e carriere è anche un obiettivo dichiarato del governo che, tuttavia,
intende premiare i docenti migliori dal punto di vista organizzativo, gestionale,
della scuola-azienda. I docenti migliori, secondo noi, sono altri: quelli
che intrattengono con i propri saperi un rapporto tale che - a dispetto
di tutto il contesto negativo - riescono a mantenere vivo il "fuoco" di
una passione intellettuale da trasmettere agli alunni. Insegnare non consiste
- diceva Montaigne - nel riempire un vaso, ma nell'accendere un fuoco.
Calamandrei, che pure difendeva la scuola pubblica, scriveva di temere
un pericolo maggiore della scuola di tipo confessionale: "Quello che soprattutto
spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza
opinioni". Uomini di tale fatta costituiscono, oggi, la palude dei docenti
italiani: coloro che intrattengono con la scuola, con gli studenti, con
le materie che insegnano, un rapporto che equivale a quello di un impiegato
con una pratica burocratica. Le ragioni di tale rapporto sono molteplici
e comprendono, tra l'altro, decenni di svalorizzazione della professione
docente e una sindrome di Stoccolma che rende i docenti psicologicamente
e culturalmente affini al totalitarismo burocratico che li tiene in ostaggio.
Se alcune delle recenti dichiarazioni e iniziative del ministro De Mauro
sembrano prefigurare qualche possibile e interessante novità (vedi
il seminario sulla professionalità docente del 27/9/2000 e le osservazioni
in merito di Gian Paolo Prandstraller su «Italia oggi» del
13/10/2000), altre, viceversa, paiono tese a perpetuare non poche delle
ragioni di crisi della scuola italiana.
La scuola italiana rischia di
crollare su se stessa come uno dei tanti edifici di cui hanno riferito
le cronache: un palazzo di cui ci si preoccupa di ripulire e ammodernare
la facciata, abbellire i balconi, rabberciare il tetto, migliorare la gestione
condominiale, mentre avrebbe bisogno, invece, di iniezioni di cemento
alle fondamenta, che non reggono più. Le fondamenta sono, fuor di
metafora, i fondamenti del sapere, la cultura. Dall'estremo di contenuti
senza metodo (la didattica) siamo passati all'estremo opposto di un metodo
senza più contenuti e sostanza (come dimostrano, tra l'altro, alcune
proposte in merito alla scomparsa delle materie d'insegnamento e alla formazione
dei nuovi docenti); occorre, invece, far rivivere la cultura e le sue ragioni
prima di pensare ai modi di trasmissione, all'aggiornamento, a una gestione
efficiente. Non si può aggiornare e gestire efficientemente il nulla.
Nella scuola esistono centinaia,
migliaia, di docenti che con la cultura e la ricerca intrattengono un rapporto
non burocratico ma ricco di passione e dedizione. Ci sono, assieme a noi,
molti altri scrittori, critici, ricercatori in campo scientifico, docenti
che, a prezzo di sacrifici non riconosciuti, redigono riviste o vi
scrivono, pubblicano ricerche, saggi, monografie, collaborano con l'università,
istituzioni culturali e scientifiche. Se si vuole evitarne la fuga dalla
scuola o il disimpegno, si deve garantirne la valorizzazione, riconoscendo
così, al contempo, la reale ed effettiva base culturale della scuola
e invertendo la rotta rispetto alle vacue sperimentazioni del nulla ammantate
di retorica "didattichese".
Esistono alcune strade percorribili
nella situazione esistente: individuare "funzioni obiettivo" legate alla
qualità culturale piuttosto che a una visione da management aziendale;
attribuire, tra i titoli di merito di cui parla De Mauro, un peso specifico
notevole a un curriculum scientifico-culturale non esclusivamente pedagogico-didattico.
Molte altre, tuttavia, sono le possibili strade: collegamento delle scuole
all'università, semiesoneri e permessi di ricerca, incarichi nella
formazione iniziale e nell'aggiornamento ecc.
Gli studiosi e ricercatori,
gli intellettuali, che insegnano (e, più in generale, i docenti
che riversano la loro passione intellettuale, anche esclusivamente, nell'insegnamento
e rivendicano, perciò, un ruolo di intellettuali e non una mansione
meramente esecutiva) costituiscono un'Atlantide che contiene la (vera)
ricchezza sommersa della scuola, una ricchezza che vogliamo testimoniare,
con la nostra lettera, e iniziare a documentare e a organizzare, con le
nostre future iniziative, con l'associazione che molti tra noi firmatari
hanno deciso di costituire: UNICUS (Università-Cultura-Scuola).
Un'associazione che ha già un proprio sito web per meglio
entrare in contatto con tutti gli altri docenti come noi.
Anche se non rifiutamo a priori
il ruolo di "integrati", oggi come oggi, non possiamo sottrarci a quello
di "apocalittici" ricordando, conclusivamente, la più fosca delle
profezie (che ci piacerebbe smentire) formulate per i giovani ne Il cavaliere
e la morte di Sciascia: "li aspettava una scuola senza gioia e senza fantasia,
la televisione, il computer, l'automobile da casa a scuola e da scuola
a casa, il cibo ricco ma dall'indifferenziato sapore di carta assorbente.
[…] La memoria era da abolire, la Memoria".
Pietro Milone, Luigi Sedita,
Massimo Onofri, Giuseppe Traina, Graziella Pulce, Gabriele Pulli, Dario
Generali, Mauro De Zan, Fabio Minazzi, Edoardo De Carli, Antonella
Perelli, Arturo Marcello Allega, Stefania Parenti, Alberto Giovanni Biuso,
Stefano De Luca, Licia Ferro, Marco Perugini, Massimo Raffaeli, Gino Ruozzi,
Pierino Montini, Marco Spesso, Fulvia Spesso, Gianmarco Gaspari, Paolo
Lagazzi, Ledo Stefanini, Vania De Maldé, Piero Comandé, Gabriella
Baptist, Giovanni Stelli, MauroZennaro, Angela Martini.
Hanno aderito anche:
Giuseppe Anceschi, Maria Cristina Grandi, Giancarlo
Pontiggia
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