LA PALMA D’ORO 
C’era un principe del deserto che aveva un figlio di nome Mahmud, intelligente e bello, ma terribilmente pigro. 
La cosa che gli piaceva di più era stendersi su un tappeto, all’ombra di una palma, e guardare le nuvole o l’ombra dei rami sulla sabbia, mentre i servitori gli portavano il cibo e lo imboccavano. Perfino alzare la punta di un dito era troppo faticoso, per lui, e  
sarebbe morto di sete, piuttosto che sollevare una brocca piena d’acqua. 
Un giorno che Mahmud, come sempre, dormiva su un mucchio di cuscini nel giardino del palazzo, un vecchio mendicante bussò alla porta, e il principe gli offrì, come fa ogni buon musulmano, la giusta ospitalità. 
Mentre il vecchio mangiava, Mahmud russava, e suo padre disse, un po’ vergognoso: 
“Perdonami, ospite, ma mio figlio è il ragazzo più pigro di tutta l’oasi e, forse, del paese intero. L’arancia sul suo ramo, la tartaruga che dorme al sole e il pulcino chiuso nell’uovo sono meno pigri di lui. Io non so proprio come correggerlo.” 
“Non preoccuparti, o Signore, perché Allah ha steso la mano su di te. Io, il saggio Mansur, so molte cose e conosco il rimedio per molti mali, perciò ascoltami con attenzione: da qualche parte, laggiù nel Sud, c’è un regno immenso dove cresce una palma tutta d’oro, e chi la vede una volta conquista ogni virtù. Se tuo figlio riuscirà a vederla guarirà per sempre dalla pigrizia. Mandalo dunque per il mondo, perché la cerchi finché non l’avrà trovata.” 
Il principe decise di seguire il consiglio, e Mahmud, che lo volesse o no, fu costretto a partire, senza cavallo e senza servitori, con poche monete in tasca e una pagnotta nella sacca. 
Camminò per mille e cento giorni, andando di città in città e di deserto in deserto, e conobbe un’infinità di popoli diversi:  
Mauritani, Negri, Turchi, Arabi, Berberi, Europei… 
Gli toccò dormire in povere casette di fango o sotto tende di pelo di cammello, e imparò a costruirsi un riparo con rami secchi e foglie di palma. 
Soffrì la fame e la sete, stese la mano per mendicare, e per guadagnarsi il pane dovette lavorare la terra, fabbricare vasi, badare alle bestie, seguire le carovane. 
Finché una sera, dall’alto di una duna ai bordi del deserto, Mahmud la vide brillare all’orizzonte, e capì che il suo viaggio era finito. 
Poi si guardò le mani: il palmo e le dita non erano più bianchi e morbidi come un tempo, ma coperti di calli. 
Il pigro Mahmud era diventato un uomo. 
 
 
Fiaba tunisina 
Da “L’erede dello sceicco”  
a cura di F. Lazzarato e V. Ongini  
Fiabe junior  ed. Mondadori